La torre del castello di Casteldoria sulla rupe, a Santa Maria Coghinas
Il castello di Casteldoria — foto: Gianni Careddu · CC BY-SA 4.0 · Wikimedia Commons

La si vede molto prima di decidere di andarci. Risalendo la valle del Coghinas, su uno sperone di granito che chiude l'orizzonte a nord del paese, spunta una torre di pietra chiara, spigolosa, evidentemente antica. È quello che resta del castello dei Doria di Casteldoria, e per gli abitanti di Santa Maria Coghinas è semplicemente il castello: il punto di riferimento visivo di tutta la valle.

Una fortezza sulla rupe

Il castello sorge sull'altura granitica che domina la confluenza fra il fiume e la piana, poco oltre i duecento metri sul livello del mare, in posizione di controllo sulla valle del Coghinas e sul lago artificiale a monte. La ragione della scelta si capisce appena si arriva in cima: da lassù si sorveglia il fiume, la strada verso l'interno e, nelle giornate limpide, lo sguardo arriva fino alla costa del golfo dell'Asinara.

La fondazione si colloca in età medievale, fra XII e XIII secolo, e si deve ai Doria, la famiglia genovese che nello stesso periodo costruiva anche la roccaforte di Castelsardo. Le due fortezze facevano parte dello stesso sistema difensivo: una a guardia del mare, l'altra a guardia dell'entroterra.

Genovesi, aragonesi e una signora di Sardegna

La storia successiva è un continuo cambio di mano. Nel 1282 il maniero passò ai Malaspina, per tornare ai Doria pochi decenni dopo. Fu poi conteso fra genovesi, Corona d'Aragona e Giudicato d'Arborea, e nel corso del Trecento finì nell'orbita arborense: fra i suoi possessori figura Brancaleone Doria, marito di Eleonora d'Arborea, uno dei nomi più noti della storia medievale sarda.

Dal Quattrocento comincia il declino, lento e senza eventi clamorosi: la fortezza perde importanza strategica e viene progressivamente abbandonata. Nel Settecento subisce danni pesanti, e da allora la rupe conserva soltanto quello che si vede oggi. Attorno al castello, in età medievale, doveva esistere un piccolo abitato: qualche decina di persone, una cappella intitolata a San Nicola, la vita che ruotava attorno alla guarnigione.

Cosa resta oggi

L'elemento meglio conservato, e il vero simbolo del complesso, è la torre pentagonale: oltre venti metri di altezza, costruita con grandi blocchi di granito squadrati legati con malta. La pianta a cinque lati non è un vezzo, ma una soluzione difensiva. All'interno la torre era articolata su tre livelli lignei sormontati da una terrazza.

Attorno restano tratti della cinta muraria — in origine il castello era protetto da più ordini di mura — i resti di una cappella e una grande cisterna per l'approvvigionamento idrico, elemento decisivo per una fortezza che poteva dover reggere un assedio. Il mastio centrale con la cisterna è la parte oggi accessibile.

Come si arriva

Si sale in auto lungo la provinciale che da Santa Maria Coghinas porta verso l'interno, fino a uno spiazzo sterrato nei pressi dello sbarramento sul Coghinas; da lì si prosegue a piedi su un sentiero in salita che attraversa il bosco sotto la rupe. Non è un'escursione lunga, ma il tratto è ripido e il fondo è irregolare, con roccia affiorante e pietrisco.

  • Scarpe chiuse con suola scolpita: le ciabatte e le scarpe da città qui non funzionano.
  • Acqua al seguito e cappello: sul crinale non c'è ombra.
  • Evitare le ore centrali da giugno a settembre; i momenti migliori sono la mattina presto e il tardo pomeriggio.
  • Attenzione al vento: la sommità è completamente esposta e le raffiche possono essere forti.
  • Da valutare con prudenza in caso di pioggia recente: la roccia bagnata è scivolosa.

Salire con la testa

Va detto con chiarezza: il complesso si trova in condizioni di semi-abbandono ed è oggetto di interventi di recupero. Si visita con cautela e con delle limitazioni. La parte più delicata è l'accesso alla sommità della torre, che avviene tramite una scala molto ripida: è anche il punto da cui il panorama è migliore, ed è proprio per questo che conviene ricordare che non si è in un sito attrezzato, con parapetti e personale di sorveglianza.

Alcune regole semplici: non forzare transenne o recinzioni, non arrampicarsi sui muri, tenere i bambini per mano e rinunciare alla salita finale se non ci si sente sicuri. Non c'è biglietteria, non c'è custode, non c'è copertura telefonica garantita: meglio non salire da soli e avvisare qualcuno di dove si sta andando. È un luogo bellissimo proprio perché non è addomesticato, ma questo comporta che la responsabilità resti tutta a chi ci va.

Il panorama, e cosa abbinarci

Dalla cima lo sguardo copre l'intera valle: il fiume che si allarga nel lago verso l'interno, i carciofeti e i vigneti sul fondovalle, le colline dell'Anglona a ovest e, in lontananza, la linea del mare. In un colpo d'occhio si capisce la geografia di questo angolo di Sardegna, e perché qualcuno, ottocento anni fa, abbia deciso che valeva la pena portare pietre fin lassù.

La combinazione migliore è quella più ovvia: castello nelle ore fresche e poi discesa alle sorgenti termali di Casteldoria, ai piedi della stessa rupe, per un bagno nelle vasche naturali sul fiume. Storia e acqua calda nello stesso pomeriggio, a pochi minuti l'una dall'altra.

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