Il borgo di Castelsardo arroccato sul promontorio, visto dal mare
Castelsardo vista dal mare — foto: markus Braun · Public domain · Wikimedia Commons

Castelsardo si vede prima di arrivarci. Dalla strada che corre lungo il golfo dell'Asinara compare tutto in una volta: un cono di case chiare arrampicate su un promontorio di trachite, il castello in cima, il mare che gira intorno su tre lati. È uno di quei profili che restano, e non stupisce che il borgo sia entrato nel club dei Borghi più belli d'Italia. Dalla valle del Coghinas ci si mette poco più di un quarto d'ora d'auto: è la gita più facile e più riuscita della zona.

Nato come avamposto, tre volte ribattezzato

La fondazione risale al 1102, quando la potente famiglia genovese dei Doria vi impiantò una roccaforte del proprio sistema difensivo nell'isola. Si chiamava Castelgenovese. Passata sotto controllo aragonese — fu l'ultima città della Sardegna a essere inglobata nel regno aragonese, nel 1448 — divenne Castellaragonese agli inizi del Cinquecento, e prese il nome attuale solo nel Settecento, in età sabauda. Tre nomi, tre dominazioni: la storia del nord Sardegna riassunta in un toponimo.

Oggi il centro conta poco più di cinquemila abitanti e vive di turismo, pesca e artigianato. Il nucleo antico è un labirinto verticale di scalinate e vicoli stretti: si sale a piedi, senza mappa.

Il castello dei Doria e il Museo dell'Intreccio Mediterraneo

La fortezza in cima al promontorio è l'edificio più antico del borgo ed è ancora oggi il suo cuore. Non è un rudere da visitare per dovere: al suo interno vive il Museo dell'Intreccio Mediterraneo, dedicato ai manufatti realizzati intrecciando fibre vegetali in tutta l'area del Mediterraneo.

Il percorso si sviluppa in nove sale distribuite su due piani: al livello inferiore le tecniche di lavorazione, al superiore gli ambiti d'uso degli oggetti. In mostra ci sono soprattutto i pezzi della cesteria di Castelsardo — corbule, cestini, setacci, crivelli — accanto a produzioni di altri paesi mediterranei. Alla fine si esce sui camminamenti, e da lì il panorama sul golfo dell'Asinara ripaga da solo la salita. Orari e tariffe cambiano con la stagione: meglio verificarli sul sito ufficiale del museo prima di salire.

La cattedrale di Sant'Antonio Abate

Il secondo simbolo del borgo è il campanile della concattedrale di Sant'Antonio Abate, che culmina in una cupola rivestita di maioliche policrome: si riconosce da chilometri, e il contrasto fra i suoi colori e il blu del mare sotto è una delle immagini più fotografate della Sardegna settentrionale. La chiesa, concattedrale della diocesi di Tempio-Ampurias, ha impianto gotico-catalano ed è stata rimaneggiata nei secoli.

All'interno, sull'altare maggiore, è incastonata una tavola con la Madonna col Bambino in trono attribuita al cosiddetto Maestro di Castelsardo, il pittore anonimo che rappresenta il vertice della pittura sarda fra Quattro e Cinquecento. Le altre tavole che componevano lo stesso retablo — fra cui un San Michele Arcangelo — sono esposte nel Museo Diocesano, ricavato nelle cripte della chiesa romanica su cui la cattedrale venne poi edificata. È una visita breve e sorprendente: si scende sotto il livello della navata e ci si trova faccia a faccia con alcune fra le pitture più importanti dell'isola.

Le mani dell'intreccio

A Castelsardo l'intreccio non è folklore da cartolina: è un mestiere che si vede ancora praticare. Nei vicoli capita di incontrare donne sedute sull'uscio che lavorano foglie di palma nana — che qui cresce abbondante fin quasi in riva al mare — insieme ad asfodelo, giunco e rafia. È un'arte tramandata da secoli, che ha reso il borgo famoso ben oltre i confini regionali. Comprare un cestino qui, dopo aver visto il museo, ha un senso diverso: si sa esattamente quante ore ci sono dentro.

La Roccia dell'Elefante

A pochi chilometri dal borgo, lungo la strada che porta verso Sedini, si incontra un masso di roccia vulcanica — trachite e andesite, di un colore ruggine intenso — che l'erosione ha modellato fino a dargli la forma inconfondibile di un elefante seduto. Il nome originale è Sa pedra pertunta, la pietra forata, e spiega la vera ragione della sua importanza.

Nel masso, infatti, sono scavate due domus de janas su livelli diversi, tombe preistoriche riconducibili al Neolitico finale. Nella parete di una piccola cella è scolpita a rilievo una protome taurina, elemento decorativo tipico di queste sepolture. Dal 2025 la Roccia dell'Elefante fa parte, insieme ad altre necropoli prenuragiche dell'isola, del sito UNESCO dedicato alle domus de janas della Sardegna preistorica. Si parcheggia in una piazzola lungo la strada: la sosta dura dieci minuti e li vale tutti.

Quando venire

Castelsardo funziona bene tutto l'anno, ma d'estate il centro storico è molto frequentato: meglio salire presto la mattina o nel tardo pomeriggio, quando i vicoli in salita si affrontano meglio.

Chi può scegliere il periodo dovrebbe considerare la Settimana Santa. Il Lunissanti, il Lunedì Santo, è fra i riti più intensi dell'isola: i confratelli dell'Oratorio di Santa Croce, incappucciati, portano in processione i Misteri della Passione, mentre i cantori intonano il Miserere, lo Stabat Mater e il Jesu. La processione parte dal borgo al mattino presto e raggiunge a piedi la chiesa di Nostra Signora di Tergu, a circa otto chilometri, per poi rientrare in serata. Non è uno spettacolo pensato per i turisti, ed è bene viverlo come tale, in silenzio e a distanza. Date e orari sono pubblicati ogni anno dalla Confraternita e dal Comune: conviene consultare i loro canali ufficiali.

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